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27 gennaio - Giornata della Memoria
Scritto il: 30/01/2006 - 10:48:54


Nell'anniversario della liberazione dei prigionieri del campo di concentramento di Auschwitz, ricorre la "Giornata della Memoria". Scopo della giornata non è (contrariamente a quanto credono in molti) onorare le vittime dell'Olocausto, bensì ricordare, perchè un simile orrore non si ripeta mai più.

L'Olocausto ha causato sei milioni di vittime tra gli ebrei d'Europa, a cui dobbiamo aggiungere tante altre vittime appartenenti ad etnie, categorie sociali e partiti politici.
Tutti con una sola colpa: essere invisi al regime di Hitler.

Nella "Giornata della Memoria" tutti riflettono, ragionano, si interrogano e si stupiscono sul "perchè" è avvenuta una simile tragedia (salvo poi rimettere il cervello in naftalina per gli altri 364 giorni dell'anno).
Nelle scuole si fanno campagne, conferenze, incontri, lezioni... Tutte attività che suscitano una spinta emotiva tanto elevata quanto di breve durata: terminate tutte queste ore (ben spese, per carità!) si torna al solito ritornello fatto di lezioni, interrogazioni, occupazioni, allagamenti...

Ma perchè veramente è esistito l'Olocausto? E soprattutto: è veramente chiuso il capitolo della Shoa?

L'antisemitismo e il razzismo non furono i fatti fondanti dell'Olocausto.
Razzismo e antisemitismo furono solo gli abiti che si confezionarono (in un'epoca storica precisa) intorno all'odio ed all'intolleranza, per coprirne malamente l'ignobile aspetto, per travisarli da "fatti" sociali o da "necessità" storiche.
E questi abiti divennero di moda perchè nessuno (per paura o per altro...) si preoccupò di reagire a queste situazioni.
Ben si spiega con le parole di Martin Niemoller (14 gennaio 1892-6 marzo 1984), un pastore luterano tedesco oppositore di Hitler che ben conobbe l'Olocausto ed i campi di concentramento tedeschi:
"Prima hanno preso i comunisti, ma siccome non ero comunista non ho alzato la mia voce per protestare. Dopo hanno preso gli ebrei, ma siccome non ero ebreo non ho alzato la voce per protestare. Dopo, hanno preso i cattolici ma siccome non ero cattolico non ho alzato la voce per protestare. E quando sono venuti a prendere me, non rimaneva piu` nessuno per protestare".

L'odio e l'intolleranza serpeggiano tra noi e si nutrono della nostra indifferenza e della nostra superficialità.
Ieri si vestivano con croci uncinate, fulmini e teschi. Poi si nascosero dietro falci e martelli, dietro croci fiammeggianti e bianchi cappucci, poi ancora dietro i machete degli hutu.
Ora indossano caffettani e kalashnikov...

No. L'olocausto non è finito il 27 gennaio 1945!

Il krematorium di Auschwitz è ancora in piena attività. Ma non è più una questione di razza, di colore della pelle, di provenienza geografica...
Ormai l'intolleranza e l'odio travolgono chi non pensa al nostro stesso modo, chi ha idee differenti dalle nostre, chi segue dottrine, religioni, ideologie, correnti di pensiero e perfino gusti estetici diversi dai nostri.
E' un'egoistica e narcisistica affermazione di sè, mascherata dalla strenue difesa delle proprie idee basata sulla convinzione (quasi autoerotica) che "ciò che penso-dico-faccio-credo io è giusto, il resto è spazzatura" e come tale è da smaltire in modo rapido e quanto più violento possibile.
Tutto questo domina la vita politica, culturale, sociale ed etica non dell'Italia, ma dell'umanità intera.

Auschwitz è nella politica, negli uffici, dal salumiere, lungo i marciapiedi, negli stadi, lungo i binari dell'alta velocità, nelle trasmissioni televisive.

Auschwitz è dentro ognuno di noi.

E ci resterà finchè il "Giorno della Memoria" durerà dalle 00:00 alle 23:59 del 27 gennaio di ogni anno.
Fino a quando, cioè, non saremo capaci di assimilare nel nostro DNA un gene che impedisca sempre il ripetersi dell'orrore...
Il camino di Auschwitz continuerà a fumare finchè il "Giorno della Memoria" non smetterà di essere un atto politico o una "moda" sociale (ricordare fa "radical-chic", fa "fico", fa "avanti", fa "impegnato"... L'importante è che duri un giorno solo!)

Dobbiamo imparare (io per primo) a superare l'egoismo che ci è imposto dalla debolezza della natura umana.
Quello che spero di saper fare e che mi impegno a trasmettere al mio prossimo e ad insegnare - quando sarà il momento - ai miei figli, è la riscoperta di quel "codice genetico" che ha permesso all'uomo l'evoluzione da "individuo" a "individuo sociale".
Nel nostro DNA c'è il rispetto reciproco, la necessità vitale di crescere non solo grazie alle nostre esperienze, ma anche e soprattutto grazie al confronto con i nostri simili.
Confronto che non è conformismo, ma occasione di crescita per tutti noi.

Ricordiamolo.


            

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